Una democrazia è due cose:
- chiare, limpide e trasparenti procedure di formazioni delle decisioni collettive
- partecipazione popolare
- Norberto Bobbio - citato da Roberta De Monticelli
RIVER: stampare i tessuti è un gioco da ragazzi, ma c’è ancora chi riesce a distinguersi dalla massa, come la compagnia Grain de Couleur.
Da secoli, la stampa rappresenta uno dei principali veicoli di trasmissione dell’informazione. Grazie all’avvento dell’era digitale, si è arricchita di nuove tecniche e si è adattata a nuovi usi.
Non è vero che per tornare ai livelli di occupazione di prima della crisi ci vorranno 63 anni (e una piccola lezione sul giornalismo e le ricerche “scientifiche”)
Altro motivo per disprezzare questo Paese è l’interminabile lista di self-defined professionisti del giornalismo. Oppure può essere che il giornalismo sia proprio fare questo: parlare come se si stesse avvertendo la mamma che non si può andare a pranzo gridandolo dal cesso in seduta di riflessione.
La Repubblica, Il Corriere della Sera e La Stampa, nonché Il Mattino, Il Corriere del Mezzogiorno ed Il Resto del Carlino, sono entità pseudopolitiche costellate di pseudogiornalisti pseudopagati con un contratto pseudoregolare. Non sorprende che il risultato sia, difatti, pseudoeditoriale.
Fortunatamente esistono testate irregolari, ovviamente formate da giovani che molto spesso non fanno parte di gruppi o desueti albi professionali, che allietano il panorama italiano dell’editoria e dell’industria delle notizie.
Questi sono (a parte Il Fatto Quotidiano che è pur sempre un giornale commerciale):
Nonché i vari autori ed editor che in questi luoghi (il corsivo è dovuto alla digitalità) esprimono studi, ricerche, flussi di informazioni, cronaca, politica ed economia.
Poi ci sarebbe la TV…
“Il nord è sull’orlo di un baratro economico che trascinerebbe tutto il nostro Paese indietro, escludendolo dal contesto europeo che conta. Vogliamo questo?”. Sono le parole di Giorgio Squinzi…
Presto, forse oggi stesso, arriverà anche il fallimento dei giornalisti, considerando cosa fa notizia per loro: Giorgio Squinzi, un vecchiaccio che sa a stento pigiare i tasti di un telefono cellulare GSM, che ha fondato il proprio benessere materiale sulla produzione di agenti chimici non biodegradabili e sull’acquisizione di imprese ancora più inquinanti come Vinavil.
Ebbene questo industriale ha detto che il “nord è sull’orlo del baratro”.
I complimenti gli vorrei fare, per la rapidità, la prontezza e la dote analitica che ha dimostrato dicendo questo.
Il nord Italia, è storicamente documentato da molti libri apocrifi MIUR, è da sempre sull’orlo del baratro perché i beni che vende sono acquistati dai poveri terroni del sud. In poche parole il nord è nord perché c’è il sud che glielo permette.
L’industria italiana è qualcosa di obsoleto, fatiscente, anni 80, commerciale e anti-emozionale, voi grandi industriali che rimanete in Italia siete così perché non sapete fare niente, pensate che l’importanza è vendere e finché si vende va tutto bene. Praticamente ogni industriale di questo tipo rappresenta un bombardamento nucleare alle università italiane dove ci fanno fare esami in cui si specifica che vendere non è vincere.
L’industria italiana ha appieno interiorizzato il concetto liberale per il quale il lavoratore è come un bancale di merce che si deteriora e si sostituisce, ha una vita tecnica utile ma non parla e non deve parlare, ha una remunerazione tecnica e non ha una vita. Complimenti.
L’industria italiana fa comizi e riunioni di industriali ma non ha mai capito che chi compra i beni che essa produce è il ceto medio, no, continueranno a sorprendersi della riduzione delle vendite di automobili, di vestiti, di assicurazioni, di case, di turismo e di gas e cercheranno di interpretare questi fenomeni con tutta la forza che hanno ma senza mai giungere ad una conclusione plausibile.
L’industria italiana è questa. Ignoranti con maglioncini attorno al collo. Capipopolo arricchiti col cabaret. Cocainomani decadenti.
Y olè.
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